Non si tratta di peculato ma di appropriazione indebita.
È quanto stabilito dalla Corte di Cassazione nella vicenda giudiziaria che ha coinvolto un’impiegata dell’ufficio postale di Canicattì, accusata di aver sottratto mille euro dal conto di una cliente ignara.
La responsabilità della donna è stata dichiarata definitiva, ma i giudici hanno riqualificato il reato, escludendo il peculato.
Secondo la Cassazione, infatti, l’attività di sportello bancario svolta presso gli uffici postali ha natura privatistica e non configura il ruolo di pubblico ufficiale.
Gli atti sono stati quindi rinviati alla Corte d’Appello di Palermo per la rideterminazione della pena, inizialmente fissata a due anni e otto mesi di reclusione.
I fatti risalgono al 18 settembre 2017. In quella occasione, una cliente si era recata all’ufficio postale per effettuare un prelievo di 500 euro.
L’impiegata, unica presente allo sportello, avrebbe approfittato della situazione per eseguire un secondo prelievo di mille euro dal libretto della donna, trattenendo la somma senza che la titolare del conto se ne accorgesse nell’immediato.
L’anomalia è emersa poco dopo, quando la cliente, rientrata a casa, ha controllato le annotazioni sul libretto e ha notato la discrepanza.
Tornata subito in ufficio per chiedere chiarimenti, ha poi presentato reclamo al direttore e successivamente sporto querela.
Nel corso del procedimento è emerso che la dipendente non sarebbe stata nuova a episodi simili, risultando coinvolta in precedenti analoghi.
Sia il Tribunale di Agrigento che la Corte d’Appello avevano riconosciuto la condotta fraudolenta, ritenendo che l’impiegata avesse abusato della propria posizione e della vulnerabilità della cliente per ottenere un ingiusto profitto.
La parola torna ora ai giudici della Corte d’Appello di Palermo, chiamati a rideterminare la pena alla luce della nuova qualificazione giuridica del reato.































