La Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo intensifica la caccia ai beni e agli arsenali delle famiglie mafiose di Villaseta e Porto Empedocle.
Novità di rilievo emergono dalla maxi inchiesta che ha coinvolto 54 indagati, accusati di associazione mafiosa, traffico internazionale di droga, estorsioni e riciclaggio di denaro.
Le operazioni dei carabinieri del Comando provinciale di Agrigento, guidati dal colonnello Nicola De Tullio e dal vice Vincenzo Bulla, scattate tra dicembre 2024 e gennaio 2025, hanno portato all’arresto di oltre cinquanta persone, decapitando i vertici delle cosche.
Gli inquirenti, coordinati dai pm Claudio Camilleri, Giorgia Righi e Luisa Bettiol, hanno notificato gli avvisi di conclusione delle indagini e si preparano a chiedere il rinvio a giudizio.
Durante i blitz, è stato scoperto un ingente arsenale nascosto da un insospettabile netturbino: pistole, mitragliatrici, granate e persino una bomba a mano. Un duro colpo per le famiglie mafiose, sempre più vulnerabili dopo i sequestri di denaro e armi.
Due nuovi nomi si aggiungono agli indagati: Luigi Prinzivalli, 73 anni, zio del boss Pietro Capraro, trovato in possesso di 80.000 euro in contanti, e Alessandro Mandracchia, 49 anni, fermato con 120.000 euro. Entrambi sono ora accusati di favoreggiamento mafioso.
Mandracchia, operatore ecologico, è stato arrestato nuovamente pochi giorni dopo il blitz, accusato di custodire un vero e proprio arsenale in un casolare a Fondacazzo, tra cui una mitragliatrice, una penna pistola e una bomba a mano.
Le indagini, avviate nel 2021, hanno ricostruito la riorganizzazione dei clan di Villaseta e Porto Empedocle. Pietro Capraro, tornato in libertà dopo una condanna nell’ambito dell’operazione “Nuova Cupola”, avrebbe rilanciato il clan di Villaseta, riuscendo persino a rifornire di droga importanti mandamenti mafiosi palermitani.
A Porto Empedocle, invece, il comando sarebbe stato nelle mani di Fabrizio Messina, fratello di Gerlandino Messina, storico boss di Cosa nostra. In un primo momento i due clan sarebbero entrati in conflitto, causando attentati e danneggiamenti che hanno destato forte allarme sociale.
L’associazione mafiosa viene contestata anche a Gaetano Licata, braccio destro di Capraro, oltre a Gabriele Minio e Guido Vasile.
In parallelo, emerge un vasto traffico di droga che avrebbe coinvolto canali sudamericani e belgi, capeggiato da Fabrizio Messina e dal canicattinese Vincenzo Parla.
Le province di Agrigento, Trapani, Caltanissetta e Palermo risultavano pesantemente coinvolte nella distribuzione degli stupefacenti.
Le indagini non sono ancora concluse: la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo continua a cercare ulteriori armi e denaro nascosti, nella convinzione che il patrimonio criminale non sia stato ancora del tutto individuato.





























