Tre bossoli recapitati al sindaco di Ravanusa, Salvatore Pitrola.
Un gesto che appartiene a un linguaggio antico, oscuro, vigliacco.
Un linguaggio che non parla di forza, ma di paura. Non di potere, ma di arretratezza sociale e culturale.
Il gesto non si può etichettare come “folklore criminale”, né come una bravata isolata da liquidare con superficialità. E’ vergognoso e negli ultimi tempi sono inammissibili le reiterate azioni violente a danno di cittadini e rappresentanti delle Istituzioni.
Siamo davanti a un segnale chiaro di quanto certi retaggi culturali di stampo mafioso continuino a sopravvivere, insinuandosi come un veleno lento nel tessuto di una comunità che, invece, ha bisogno di futuro, trasparenza, libertà.
Ravanusa è fatta di persone perbene, di lavoratori che si alzano ogni mattina per fare il loro dovere, di giovani che studiano e sognano – purtroppo – altrove e di anziani che hanno visto già tanto degrado per sentirsi minacciati da 3 proiettili.
Eppure queste azioni fanno qualcosa di peggiore: fanno cadere il paese in una voragine profonda dove la speranza e la cultura del cambiamento sembrano affondare.
Ogni intimidazione è un passo indietro sul piano civile.
È un freno allo sviluppo, alla partecipazione, al confronto democratico. È un messaggio tossico che dice: “Qui comanda la paura”.
Ed è proprio questo che non possiamo permettere. Dobbiamo combattere la cultura del laissez faire del silenzio, del “meglio non esporsi”, del “non ti immischiare”, del consenso ottenuto con l’intimidazione.
È una cultura che uccide la libertà, perché spinge le persone a rinunciare alla parola, al dissenso, all’impegno pubblico che fanno bene a tutta la comunità.
Colpire un sindaco significa colpire un’istituzione, ma anche ogni cittadino che crede che amministrare, scegliere, decidere insieme sia possibile senza piegarsi a logiche violente e primitive.
Ravanusa non ha bisogno di eroi, né di martiri. Ha bisogno di una presa di posizione collettiva, chiara, netta: questo linguaggio non ci rappresenta.
Non è l’identità delle persone e dei tanti giovani che lottano giorno dopo giorno per la legalità e la trasparenza.
Dobbiamo rimandare tutto questo indietro, senza accettare nemmeno i residui di un passato che ha già fatto troppi danni.
Condannare questi gesti non basta. La società civile, le scuole, le associazioni levino alta la loro voce e avviino un dibattito costante per rafforzare la cultura della presenza e della legalità.
Serve riconoscere che il vero nemico non sono solo i proiettili, ma l’idea che qualcuno possa ancora usarli per “dire qualcosa”.
A Ravanusa, come in ogni paese che vuole dirsi libero, l’unico messaggio accettabile è uno solo: la paura non governa, la violenza non decide, l’atteggiamento mafioso – culturale o criminale che sia – non ha futuro.
Serena Milisenna






























