La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio la condanna a 8 mesi di reclusione inflitta nei due precedenti gradi di giudizio a carico del responsabile di una struttura sanitaria privata, finita al centro di un’indagine per frode nell’esercizio di pubbliche forniture.
L’inchiesta era scaturita da un’ispezione del Nucleo Antisofisticazioni dei Carabinieri, dalla quale sarebbe emerso l’utilizzo, all’interno del laboratorio, di centinaia di reagenti scaduti, impiegati nei dispositivi diagnostici in vitro oltre il termine di validità.
Un fatto grave, che avrebbe violato le direttive di accreditamento imposte dal Servizio Sanitario Regionale.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, nonostante l’utilizzo irregolare dei materiali, le analisi sarebbero state regolarmente fatturate e rimborsate dal sistema sanitario, configurando così l’ipotesi di frode.
Il titolare era stato condannato sia in primo grado che in appello. Tuttavia, la difesa – rappresentata dall’avvocato Raffaele Barra – ha sostenuto che si trattasse di un errore occasionale e privo di dolo, riconducibile a una semplice dimenticanza nella gestione del materiale di laboratorio.
Accogliendo le osservazioni della difesa, la Suprema Corte ha deciso per l’annullamento della sentenza e il rinvio a un nuovo processo, che dovrà accertare in maniera più approfondita i profili soggettivi dell’imputazione e l’effettiva consapevolezza nell’utilizzo dei reagenti scaduti.































